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sabato 11 dicembre 2010

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Non c'è fine alle illusioni, non c'è.
Forse per non bloccare questo flusso di coscienza dovrei scrivere senza alcuna punteggiatura in pieno spirito futurista ma mi concederò qualche punto non sopporto l'idea che non ci sia fine neanche alle frasi.
Non amo restare incollata al pc il sabato sera soprattutto andando alla ricerca di chissà quali persone nei vari social network che ormai mi popolano il computer. Eppure mi succede di provare una sorta di dipendenza quando non so con chi parlare e allora vado alla spasmodica ricerca di qualcuno che sia abbastanza interessante da soddisfare la mia annoiata curiosità.
Perché il raffreddore mi ha incollata al letto sepolta sotto un cimitero di fazzolettini smocciolati e lo so che non è un'immagine fantastica da avere in testa ma beh mi rappresenta in questo momento quindi che fare non lo so girare vagare navigare. Facebook è sempre il metodo migliore per farsi i cazzi degli altri che odio che odio che odio pensare che sono lì in mezzo e mi ci crogiolo pure appresso a tutto quel mondo malato che ormai è così che va mi devo adeguare per parlare con le persone che frequento perché nessuno ha soldi per ricaricarsi il cellulare e per chiamare e allora vai immergiamoci nella fintissima scenografia di zuckerberg facciamo vedere solo una parte di noi stessi e riempiamoci la testa di una marea di stronzate.
Giro tra i profili di persone sane di mente che sono uscite a farsi una vita loro che potevano e mi impedisco categoricamente di andare a scoprire che fine hanno fatto quelli che non ho nessunissimissima intenzione di rifrequentare. Per fortuna la cosa non mi tange e non è una tragedia poi però finisco su quello che mi lascia di stucco perché chissà che cosa c'è scritto e invece è una specie di morsa allo stomaco irrefrenabile. Io non ho fatto niente di male per meritarmi di sentirmi così di merda da sola senza che nessuno ne abbia colpa perché magari neanche è riferito a me quello che c'è scritto sai quante persone hanno il mio nome in questo mondo assurdo. Ma mi sento quasi a denti stretti derisa e presa come un oggetto in mezzo a tanti altri come una bambolina di pezza molto carina gettata in mezzo a tutte le sue simili.
Allora mi rifugio nella mia amata immortale la musica la sinfonia numero sette. Ludovico Van.
Sette come i brividi che mi scorrono lungo il corpo ogni volta che quei violini cominciano il loro crescendo di contrappunti e di rabbia o risentimento perché io non ci sento tristezza semmai profonda grinta e alla fine rassegnazione.
Allora mi rifugio nel cinema fedele compagno della mia amata immortale ma sempre in Ludovico Van con un pizzico di Gary Oldman che non guasta ed ecco.
Non penso più.

Ewig Dein
Ewig Mein
Ewig Unß

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